Un tessuto per ricucire il mondo

Da quando Sebastián Zarhi Daccarett si è trasferito a Roma nel 2023, ha già esposto due volte opere ricamate di grandi dimensioni, a Tricase, in Salento, nel 2024, e a Bruxelles, l’anno scorso. All’epoca, il ricamo a mano, frutto di una lunga e certosina lavorazione con l’ago, costituiva una tecnica nuova per l’artista, che fino a quel momento aveva lavorato il tessile soltanto con il telaio.

Anche se creati in Italia, i suoi tessuti, appesi come arazzi o quadri, posizionati su strutture in alluminio come sculture o disposti a terra come tappeti, richiamano alle arti decorative andine del suo Cile natale.

Per le opere murali, l’artista utilizza motivi semplici, geometrici ed astratti, colori intensi e stoffe diverse. Sulla vasta superficie del tessuto, Zarhi Daccarett sviluppa sensazioni spaziali, motivi quasi cinetici (il Cile, si sa, è stato una delle patrie dell’arte cinetica negli anni sessanta), forme che si armonizzano o si oppongono, creando una visione astratta ma che non rinnega il lato artigianale e decorativo proprio a questa tecnica "povera". L’attenzione va anche al materiale, per svelarne al meglio le potenzialità, con la scelta di tessuti diversi, cotone o lana. Queste opere murali assumono anche forme diverse, come quelle incurvate di Mapa andino e Enigma andino, che le allontanano dal classico quadro, rettangolare o quadrato. All’esterno, i contorni dei ricami riecheggiano e sottolineano le linee colorate che all’interno dell’opera creano motivi dinamici (e che a volte travalicano addirittura la "cornice" del ricamo, come in Enigma andino), incentrando l’attenzione dello spettatore su questi giochi illusionistici.

I "Totem", d'altra parte, dialogano con lo spazio tridimensionale e si collocano al confine della scultura. Questi lunghi e sottili archi di cerchio in alluminio posati contro il muro sono scanditi ritmicamente da vivaci riquadri di tessuto colorato, come codici cromatici, che li ricoprono interamente. Con le loro altezze variabili e le loro cellule colorate di dimensioni e tonalità diverse, animano musicalmente lo spazio - e ogni colore sembra una nota.

Di fronte ai giochi ritmici dei ricami murali e dei "Totem", già esplorati nelle sue precedenti mostre, Zarhi Daccarett prosegue la sua ricerca sul tessuto con risultati ancora più distinti nell'opera che si trova al centro dello spazio, intitolata Faccio solchi nella terra. È stata realizzata con vecchi teli di lino, poi tinti e uniti insieme e, finalmente, ricamati a mano.

Questa volta, l’artista stacca l'opera dal muro e la posiziona sul pavimento, ma non per farne un tappeto. Si tratta piuttosto di un’installazione. Il paragone più giusto andrebbe fatto con una mappa geografica. L’opera ha una qualità topografica. Si nota subito che non è piatta: è fatta di pieghe che diventano rilievi, è fatta di colori che materializzano elementi reali ed è fatta di forme che diventano luoghi. La striscia centrale, blu ma con sfumature di viola e di verde, attraversa longitudinalmente nella sua parte centrale il panno ed è come un fiume che scorre in fondo a un canyon, unica traccia di vita in mezzo ad un deserto arido. I fili che compongono questo fiume hanno un aspetto rozzo e assumono rilievo, come per suggerire la furia di un torrente rapido, che diventa sinonimo di vita dirompente. Invece, le pieghe laterali e le tracce di colore sbiadito sono come le montagne, le scogliere, i crepacci, i ruscelli prosciugati, che modellano questo luogo selvaggio e remoto, ancora immacolato e incontaminato dalla mano dell’uomo.

Di fronte a questo tessuto grezzo, che richiama sia all’artigianato andino che all’arte povera italiana, si capisce che le tracce di colore slavato e il ricamo in rilievo ci portano oltre la geografia: raccontano una storia. Faccio solchi nella terra è segnata dal passare del tempo, come le rughe sul volto di un corpo umano - un corpo fatto qui di fibre tessili, che ne costituiscono le cellule e la memoria.

Infatti, si tratta di un opera evolutiva, dove il processo creativo è importante quanto il risultato finale. La tintura dei pezzi di tessuto, prima del ricamo, è stata un operazione artistica in se. Il colore ocra dei teli deriva dalla terra rossa di una ex-cava di bauxite in Salento, con la quale l’artista li ha ricoperti prima di sciacquarli e lavarli a mano nell’acqua del mare. E una volta in mostra, l’opera è stata progettata per muoversi nello spazio: sarà posizionata prima per terra per poi essere spostata sui muri, mutando così la propria forma e l’aspetto. In definitiva, questo lavoro ha già un passato ed è già promesso a un futuro.

Rispetto ai ricami precedenti di Zarhi Daccarett, Faccio solchi nella terra mostra un'estrema riduzione dei mezzi di espressione, una ricerca di rusticità, di immediatezza, ma anche di universalità. L’artista mette in scena la tensione binaria tra questi vuoti laterali e il pieno centrale, come Barnett Newman con i suoi famosi Zip. Ma trattandosi di tessuto, non si può fare a meno di pensare che la linea cucita al centro dell'opera serva a riparare, a ricreare un legame spezzato: ripara - come un intervento chirurgico ripara la pelle o i membri danneggiati, per riprendere il paragone col corpo umano - e dà vita. Dà vita ai vecchi tessuti recuperati dall'artista, ma anche, metaforicamente, a questo deserto arido e ocra, irrigato dalla cucitura centrale ricamata a mano. Si percepisce che è la mano dell’artista, il suo gesto, a ridare vitalità al mondo. Zarhi Daccarett fa sua la filosofia dell'arte giapponese del kintsugi, tecnica ancestrale che dona nuova vita a ceramiche rotte, incollando insieme i pezzi spaccati senza cancellare le rotture e le fessure ma, al contrario, evidenziandole con una linea dorata. Nella sua ruvidezza, Faccio solchi nella terra appartiene a questo tipo di arte delicata e poetica che non nasconde il passaggio del tempo e i suoi danni dietro una forma ideale e artificiale.

Con quest’opera esposta al centro della mostra, Zarhi Daccarett interroga il potere dell’artista e pone - e forse risponde - all'annosa domanda: l'arte salverà il mondo?

Tancredi Hertzog-Guarini

Febbraio 2026